Bali è un paradiso in terra, uno di quei luoghi che ti tornano alla mente ogni volta che pensi ai posti belli che hai avuto il privilegio di vedere con i tuoi occhi. Tra le destinazioni che abbiamo visitato, è senza dubbio tra le più straordinarie. Eppure, e lo dico ogni volta con stupore, la maggior parte delle persone che conosco ci è stata solo per una manciata di notti, limitandosi ai soliti stop turistici frequentati dagli italiani in vacanza.
Lo trovo incredibile. Non fraintendetemi: i luoghi famosi sono splendidi, ma esistono angoli di Bali completamente ignorati dal turismo italiano, angoli in cui si trova davvero l’anima dell’isola.
Quando abbiamo pianificato il nostro itinerario, abbiamo deciso di fare qualcosa di diverso: niente pacchetti preconfezionati, niente tappe “perché ci vanno tutti”, niente corse contro il tempo. Abbiamo seguito la nostra curiosità e ci siamo fidati dell’istinto. E con il senno di poi rifaremmo tutto esattamente allo stesso modo, con un’unica eccezione, che vi racconterò più avanti. Per ora, niente spoiler!
Ho deciso di raccontare questo viaggio esattamente com’è stato, nella speranza che possa essere d’aiuto (o d’ispirazione) a chi cerca un’esperienza più autentica, più profonda, e decisamente meno “mordi e fuggi” di quelle che si trovano in rete.
🌍 Perché Bali?
L’estate precedente eravamo stati alla Hawaii, viaggio di cui ancora non ho scritto nulla ma che mi riprometto di fare prestissimo, e dopo la meraviglia vista e vissuta là avevo il terrore che non saremmo riusciti a trovare mete altrettanto entusiasmanti per l’anno seguente. Improvvisamente, a bagno nel bellissimo mare di Maui, ultima tappa di quel viaggio, mi è venuto in mente che avremmo potuto provare a cercare in una parte del mondo che ancora non avevamo esplorato, il sud est asiatico. Volevo andare sul sicuro e “vincere facile” e quindi la scelta è ricaduta su Bali. Era facile, turistica il giusto, bella da un punto di vista naturalistico e culturalmente affascinante.
Mi è piaciuta tanto quanto le Hawaii? Se non proprio esattamente così tanto, ci siamo andati molto, molto vicini.



🧭 Come ho pianificato l’itinerario
Ho studiato e ristudiato gli itinerari altrui sui blog e su alcuni dei portali turistici più famosi e mi sono accorta che c’era una differenza pazzesca tra le esperienze dei blogger italiani e quelli del resto del mondo (di lingua anglosassone e spagnola perché altre lingue non le conosco). Era come se agli italiani in vacanza a Bali mancasse sempre una parte di isola e non riuscivo a capire perché. Così, al di là della costa sud-occidentale e di Ubud, mi sono focalizzata sulle tappe che non trovavo nei post in lingua italiana e ho costruito il mio itinerario. Sì, esatto: sono andata dove di solito non vanno gli italiani! Super!
Dopo aver fatto questo, con Federico abbiamo scelto se affidarci a un driver o cercare anche una guida. Essendo per noi la prima volta nel sud-est asiatico e trattandosi di una cultura così ricca e affascinante, abbiamo optato per trovare anche una guida. Dopo aver fatto, autonomamente, le prenotazioni dei voli intercontinentali (bentrovata Qatar Airways, ormai siamo abbonati!) e degli hotel, ho contattato un piccolo tour operator locale trovato tramite il sempre utile Evaneos. Loro mi hanno prenotato:
- driver e guida (parlante perfettamente italiano, tra le altre cose),
- traghetto per Gili Air,
- transfer all’isoletta sperduta a sud di Lombok e ritorno su Lombok,
- volo interno tra Lombok e Bali il giorno del rientro in Italia.
Sempre loro hanno acquistato, una volta sul posto, i biglietti di entrata per le visite dei templi e dei palazzi storici, visite che avevamo stabilito insieme sulla base dei nostri interessi e dei must see che mi ero segnata sui miei millemila fogli excel di preparazione dell’itinerario.
Ci siamo trovati davvero molto bene.
🚫 Cosa abbiamo deciso di NON fare
Come al solito, vi segnalo subito cosa abbiamo deciso di non visitare: patti chiari, amicizia lunga.
Non ci siamo neanche lontanamente avvicinati a:
- Nusa Penida,
- la penisola di Bukit (e quindi, il tempio di Uluwatu, le spiagge come Padang Padang e Nusa Dua),
- e il tempio di Tanah Lot.
Tutto questo lo abbiamo evitato come la peste quindi, se state cercando informazioni su queste zone o attrazioni, mi spiace ma non posso proprio aiutarvi se non dicendovi che io ne starei alla larga. 😊
🗺️ L’itinerario di 17 giorni in breve
Il nostro viaggio è durato 17 giorni e 16 notti: Bali, Gili Air e un’isoletta minuscola e quasi disabitata del remoto arcipelago di Lombok. Un mix perfetto tra scoperta, natura, mare e — soprattutto — meraviglia.
Se non hai voglia o tempo di leggere tutto il post, ecco il riassunto del mio itinerario (con notti):
- Canggu – 2 notti
- Ubud – 3 notti
- Lago Beratan – 1 notte
- Amed – 2 notti
- Sidemen – 2 notti
- Gili Air – 4 notti
- Gili Gede – 2 notti
📝Il viaggio spiegato bene
🏄♂️ Canggu
All’arrivo all’aeroporto di Denpasar abbiamo raggiunto Canggu, la cittadina più hippy e cool di Bali, con un autista privato. In circa mezz’ora, nonostante il famigerato traffico balinese, siamo arrivati al Surf Lodge Canggu, il posto più semplice dove abbiamo dormito in tutto il viaggio, ma che consiglio senza esitazioni: essenziale, pulito, rilassato, con quell’atmosfera easy che ti fa entrare nella modalità “sono in vacanza” in un secondo.


Abbiamo dedicato il nostro unico giorno pieno a passeggiare per la cittadina, girovagare per i negozietti, osservare la vita da surf-town scorrere placida e un po’ hipster, e ovviamente a fare un salto sulla spiaggia, celebre tra chi viene qui per surfare (noi no, ma ci piace guardare gli altri mentre lo fanno).
La tappa mondana del viaggio l’abbiamo “svangata” al Finns Beach Club, uno dei locali più iconici di tutta Bali. Aperitivino pre-pranzo fronte spiaggia, musica, gente che faceva casino in un delle infinity pool del posto… il nostro mood era un po’ quello del “fatto, via, depennato, così non ci pensiamo più!”.
Se però vi piace il genere, sappiate che Canggu è la Mecca dei locali fighissimi e ne troverete a decine.






La cosa bella di Canggu è che ci si muove facilmente a piedi, in bicicletta o noleggiando uno scooter con autista se non ve la sentite di guidare (consigliato, visti i livelli di traffico e di improvvisazione balinese… ho visto cose…😊).
Per i pasti segnalo due posti che mi sono piaciuti un sacco e che rispecchiano perfettamente lo spirito cosmopolita e super friendly della zona, entrambi ricchissimi di opzioni vegetariane e vegane:
- The Daun Cafe and Coffee
- Milk and Madu (che ha anche altre sedi sull’isola)
📌 Sulle casette dei pescatori a bordo spiaggia ci sono tantissime opere di street art. Fateci caso perchè non ve ne pentirete!


🚗 Verso Ubud: la strada dei templi e delle risaie
Lasciata Canggu, ci siamo diretti a Ubud, probabilmente la città più iconica di tutta l’Indonesia. Con noi c’erano l’autista e la guida parlante italiano, gli stessi che ci avrebbero accompagnati in tutti gli spostamenti sull’isola principale.
E lungo il tragitto, ovviamente, ci siamo fermati in alcuni luoghi che segnano l’inizio dell’immersione nel cuore spirituale e culturale di Bali.
La prima tappa è stata il Tempio di Tirta Empul, dove l’acqua sacra scorre dalle sorgenti per purificare i fedeli prima della preghiera. L’atmosfera sarebbe quasi mistica, se non fosse per la quantità imbarazzante di turisti che si tuffano nelle vasche per farsi la foto di rito.
Comunque, il primo tempio hindu non si scorda mai (e vale anche per noi). È davvero bellissimo. Non ne avevo mai visitato uno e qui ho scoperto la bellezza dell’iconografia di questa religione. Anni dopo avrei scoperto che i templi hindu indonesiani mi sarebbero piaciuti molto di più di altri sparsi in giro per quella zona del mondo, ma all’epoca, ingenuamente, pensavo che fossero tutti così.
Poi abbiamo proseguito verso il Tempio di Kehen, meno emozionante rispetto ad altri che avremmo visto nei giorni successivi, ma comunque meritevole di una sosta. La sua porta monumentale è splendida e anticipa quell’estetica tipica balinese fatta di simmetrie, intagli e pietre scurissime.






Successivamente abbiamo visitato Penglipuran Village, un villaggio che viene descritto come un tuffo nella Bali più autentica. In realtà, di autentico è rimasto poco: è uno di quei posti che ti fanno sospettare che la quotidianità “vera” sia ormai altrove.
Ma, rispetto ad altri villaggi più turistici, ha un vantaggio: qui è possibile entrare nei cortili delle case tradizionali e osservare come sono disposte, cosa che altrove non è possibile.
Se siete curiosi come me su come vivono davvero i balinesi, allora vale la sosta; altrimenti, tirate dritto.



Ultima tappa del giorno: le risaie terrazzate di Tegalalang.
Sono scenografiche, certo, ma anche molto turistiche; la vicinanza a Ubud purtroppo si paga.
Una visita veloce si può fare, soprattutto se avete poco tempo e volete vedere le risaie “classiche” da cartolina (e volete provare l’ebbrezza della mega altalenona); però, se nel vostro itinerario avete già previsto le Jatiluwih, sappiate che potete saltarle senza sensi di colpa.



📌Tutte queste visite si possono tranquillamente fare anche dormendo già a Ubud, con un’auto e driver o con uno scooter. Sono tappe facilissime da raggiungere.
🛕 Ubud
A Ubud abbiamo trascorso tre notti, ma con il senno di poi ci saremmo fermati volentieri più a lungo: ci siamo sentiti spaventosamente a nostro agio dal primo minuto in cui siano arrivati. Per chi conosce un minimo l’Arizona, Ubud è come una Sedona ma che ce l’ha fatta (ne parlo anche in un mio vecchio post).
Abbiamo dormito all’Adiwana Resort Jembawan, un resort pazzesco, le cui stanze danno sulla giungla indonesiana. È stato l’alloggio più costoso dell’intero viaggio, ma credetemi: fuori dal Sud‑Est asiatico una struttura così sarebbe costata almeno il triplo.




Ubud è un punto strategico per muoversi in tutta l’isola, motivo per cui molti scelgono di fermarsi qui per tutta la durata del viaggio. Io però volevo vivere Bali in più sfumature, e quindi abbiamo mantenuto la nostra idea di spostarci in varie zone.
I due giorni pieni trascorsi a Ubud li abbiamo dedicati a perderci tra centri yoga, gallerie d’arte, SPA lussuose, mercati e negozietti coloratissimi, piccoli templi cittadini e stradine incantevoli dove, se non hai un Ganesh alla porta di casa, non sei proprio nessuno.






Ubud è anche il tempio mondiale del veganismo, quindi per noi è stato una sorta di paradiso. Ma non temete: si trovano menu per ogni tipo di dieta e si mangia benissimo praticamente ovunque. Evitate solo i baracchini improvvisati: non sempre rispettano condizioni igieniche quantomeno accettabili.
Noi abbiamo mangiato in un paio di warung spaziali, in particolare Sugriwa’s (uno dei più autentici e apprezzati) e Lokal, entrambi assolutamente da non perdere.
Piccola nota di servizio: se vi state chiedendo cosa sia un warung, si tratta di ristorantini tradizionali, in genere a conduzione familiare, che offrono cucina tipica balinese a prezzi quasi irrisori.




C’è anche una pizzeria interamente vegana che ci aveva davvero stupito per la bontà della pizza e la varietà dei condimenti. Si chiama Pizza Cult.
🦢 Lago Beratan
Vi ricordate che nella premessa ho scritto che rifarei tutto l’itinerario esattamente così com’è, con una sola eccezione? Ecco, ci siamo arrivati.
Il Lago Beratan e il suo tempio sull’acqua sono indubbiamente suggestivi… ma la realtà è che l’intero sito è stato trasformato in una sorta di parco giochi per turisti indonesiani provenienti da altre isole (quindi in prevalenza non devoti alle divinità a cui è dedicato il tempio) e per gruppi di visitatori indiani.
Non mi dilungo, ma vi dico solo questo: la folla è stata il vero flagello del viaggio.
Più dei nostri connazionali, più dei pullman di turisti cinesi o coreani, più di comitive di hooligans inglesi in trasferta, più di qualsiasi stereotipo io potessi immaginare.
Il complesso di Ulun Danu Beratan è devastato da attrazioni kitsch: cigni giganti per fare l’autoscontro sull’acqua, bancarelle con animali selvatici legati per foto a pagamento, odore di frittelle da sagra romagnola, e poi… i selfie. I selfie sono il male del mondo e dei viaggi. In particolare, lo vedremo anche più avanti nel racconto, lo sono stati per questo viaggio.
Anni dopo, in Sri Lanka, ho trovato cartelli che vietavano di fotografarsi “dando le spalle” alle statue del Buddha (tradotto: niente selfie con immagini sacre). Quanto avrei voluto lo stesso identico divieto qui, magari inciso a fuoco sulle fronti dei più irrispettosi.




Quindi, il tempio non mi è piaciuto.
Quello che invece ha reso questa tappa memorabile sono state le risaie terrazzate di Jatiluwih, giustamente Patrimonio UNESCO.
Non perdete l’occasione di fermarvi, passeggiare tra i campi, scambiare un saluto con i contadini. Avrei rivisto risaie in viaggi successivi, ma così belle non le ho più trovate.






Abbiamo dormito al Pondanu Cabins By The Lake, un posto stupendo dove abbiamo anche cenato.
Una sola avvertenza, fondamentale: qui fa freddo praticamente tutto l’anno.
Portate pantaloni lunghi, una maglia termica (o un pile) e una giacca. Fidatevi: vi serviranno, e non poco.




🌊 Amed
Dal Lago Beratan ci siamo spostati verso la splendida località di mare sulla costa est di Bali: Amed. Una zona che vive soprattutto di pesca, amatissima dai francesi ma praticamente sconosciuta agli italiani.
Che dire? Il mare è bellissimo, perfetto per lo snorkeling, e mentre nuoti hai il profilo del vulcano Agung che ti fa compagnia sullo sfondo: un’immagine che resta impressa.






Durante il trasferimento abbiamo fatto due soste: la cascata di Git Git (Bali è piena di cascate, ma noi abbiamo visto solo questa) e Lovina, una graziosa località del nord. Poi abbiamo proseguito lungo gran parte della costa est senza fermarci troppo: il tragitto era lungo e avevamo fretta di arrivare. Non credo ci siamo persi nulla di irrinunciabile, ma potrei sempre sbagliarmi.



Amed è particolare: non è una vera cittadina compatta, ma si sviluppa per chilometri lungo la costa, con tanti piccoli hotel, alcuni spartani, altri più curati. È un mondo a parte, molto più intimo e familiare rispetto alle zone più turistiche come la Penisola di Bukit, Seminyak o la tanto decantata Nusa Penida (che probabilmente sarebbe paradisiaca se non fosse per la folla di influencer che ti toglie persino l’aria).
Per me questi due giorni sono stati una sorta di enclave nel viaggio: una pausa per godere dell’unico mare dell’isola in cui si può davvero nuotare senza rischi. Perché diciamolo: Bali non è caraibica. Chi viene qui per il mare spesso scopre troppo tardi che è un’isola da surfisti, non da nuotatori. E allora resta solo la piscina dell’hotel… sempre che ci sia!
Lasciare Amed è stato un piccolo trauma.
Abbiamo pernottato all’Amed Lodge by Sudamala Resorts, in una stanza meravigliosa con vista mare.
E abbiamo cenato un paio di volte in una delle vere gemme del viaggio: il warung Ole. Favoloso, in riva al mare. Cibo ottimo, proprietari gentilissimi e un’accoglienza speciale da parte del cagnolino e della gattina di casa.




🚗 Verso Sidemen: dalla costa al cuore rurale di Bali
Il trasferimento da Amed a Sidemen è stato un piccolo viaggio nel viaggio, arricchito da due soste che hanno reso la giornata ancora più interessante e, in un certo senso, allucinante.
La prima è stata il Taman Ujung Water Palace, un palazzo sull’acqua voluto dal re di Karangasem all’inizio del ’900. È un luogo elegante e armonioso, fatto di vasche, ponticelli e giardini curatissimi: un’occasione per respirare un po’ della Bali reale, quella delle antiche corti. Non è particolarmente visitato dai turisti — e questo lo rende ancora più bello. Tra le tante visite possibili sull’isola, è una delle poche che non riguarda un edificio religioso, motivo in più per non perdersela.






Poco dopo abbiamo raggiunto il Tempio di Lempuyang, con le celebri Gates of Heaven che incorniciano (quando capita) il vulcano Agung. La folla qui è inevitabile, e mi piacerebbe scrivere la classica frase “basta allontanarsi di qualche decina di metri dal punto più fotografato per ritrovare un’atmosfera più silenziosa e spirituale”, ma sarebbe una colossale cazzata.
Sì, il tempio — arroccato in alto e spesso avvolto dalle nuvole — offre una delle viste più iconiche di Bali… ma sticazzi. Qui c’è il disagio vero.
La sceneggiata collettiva delle Gates of Heaven merita un discorso a parte, oltre che uno studio psico‑sociologico, secondo me.
Quando arrivate e acquistate il biglietto, vi danno un innocuo numerello, quello con cui verrete chiamati per fare la foto in mezzo alle porte.
Un team di fotografi con lo spirito di un broker milanese durante l’apertura di Piazza Affari scatterà tre (TRE! non una di più, non una di meno) foto molto scenografiche usando un piccolo specchietto sotto la lente del vostro telefono per creare il famoso “effetto riflesso”. Il tutto al modico costo di una decina di euro.


Fin qui, direte, ok: se sono arrivata fin qui, dieci euro per tre foto probabilmente me li posso permettere.
E già, però c’è un però.
Il tempo medio di attesa (medio!) è di tre ore.
Sì, sì: tre ore.
Considerando che le foto sono tre, è praticamente una foto all’ora.
La maggior parte delle persone (quelle ancora in possesso di un briciolo di amor proprio) rinuncia in partenza o, a un certo punto, molla e se ne va; le defezioni sono tante, ma il tempo medio rimane comunque quello.
E ci tengo a precisare una cosa che meriterebbe d’essere incisa nel marmo: ci sono persone che vengono a Bali SOLO per quella foto.
Arrivano in coppia, vestiti in coordinato, e trascorrono due ore e cinquantanove minuti a provare le pose che faranno nei due minuti concessi davanti al fotografo.
Follia. Anzi, FOLLIA!



Vogliamo parlarne? Vogliamo davvero soffermarci su questo teatrino collettivo?
Perché poi, alla fine, cosa ha di così speciale quella foto?
Se vi va di gran fortuna (che significha che la giornata è molto, molto, molto limpida) tra le due porte si vede la cima del vulcano Agung.
Altrimenti non si vede niente. Solo foschia.
Anzi: pare, o almeno così diceva la nostra guida, che le ore di visibilità “buona” siano pochissime… un paio al giorno la mattina, non di più. Quindi è molto difficile beccare le condizioni perfette per quello scatto.
Quando siamo capitati noi, del vulcano non si vedeva neppure l’ombra eppure il tempo d’attesa era IDENTICO.
📌 E ora arriva la parte che nessuno vi dice, la vera svolta per evitare questo delirio collettivo:
👉 Se volete la foto con il famoso effetto “riflesso” senza fare ore di coda, basta scendere dietro la porta principale.
Lì c’è un altro team di fotografi (molto più tranquilli e simpatici) che fa la stessa identica foto, con lo stesso trucchetto dello specchietto, al prezzo di circa 5 euro.
Zero attesa. Zero folla.
E se ci tenete a una foto perfetta, potete anche riguardarla e rifarla con tutta calma.
E tanti cari saluti alle Gates of Heaven.

🌾Sidemen
Sidemen è, in un certo senso, la Ubud dei balinesi. È un luogo meraviglioso e spero rimanga una perla per pochi ancora a lungo, anche se temo che sia solo questione di tempo prima che venga scoperto in massa.
Il paesaggio ricorda quello di Ubud, ma qui è tutto più selvaggio: risaie ovunque, colline verdissime, villaggi dove la vita segue ancora il ritmo dei campi e delle stagioni. Ci sono alcuni ristorantini e negozietti, certo, ma nulla di paragonabile alla sorella più famosa. Qui regnano il silenzio, il sorriso genuino degli abitanti e una bellezza fatta di semplicità.
Da Sidemen partono alcune visite e attività imperdibili, e noi ne abbiamo scelte tre.
La prima è stata Agang Silver, uno dei laboratori artigianali della zona. Sidemen e i villaggi circostanti si trovano nel cuore della regione di Karangasem, famosa per la lavorazione dell’argento: qui gli artigiani realizzano gioielli da generazioni, usando tecniche antiche e un’abilità manuale impressionante.
Ogni dettaglio dei tipici gioielli balinesi prodotti in questa parte dell’isola, quei puntini minuscoli, le filigrane perfette, viene fatto a mano, uno per uno.
Creare un anello insieme a loro, seguendo tutte le fasi della lavorazione, è stata un’esperienza bellissima: un souvenir unico, ma soprattutto un modo per sostenere una tradizione preziosa che rischia di scomparire.
Sono stata capace perfino io, quindi può farcela davvero CHIUNQUE, tipo anche una persona senza mani e senza protesi, per intenderci!

Questa attività richiede un paio d’ore e conviene farla la mattina presto, prima che arrivino i gruppi organizzati. Vade retro, giusto? Mi pare siamo tutti allineati.
Da lì siamo andati al Tirta Gangga, un ex palazzo reale trasformato in un giardino d’acqua con fontane, statue e vasche popolate da carpe gigantesche. Dovrebbe essere un luogo capace di invitare a rallentare e a perdersi nella sua armonia… peccato che nella realtà somigli più alla Fiera dell’Artigianato di Milano al Ponte dell’Immacolata.
Solo che qui non ci sono invasati con i trolley pieni di paccottiglia che ti tranciano i piedi, ma invasati dotati di smartphone pronti a farsi selfie su ogni singola cazzo di piastrella che emerge dalle vasche.
Credetemi: il Tirta Gangga è bellissimo, ma è anche un piccolo inferno. Cercate di andarci in orari “furbi”… anche se non ho la più pallida idea di quali possano essere.






Poi ci siamo diretti al Tempio di Besakih, il tempio madre di Bali, vasto e solenne, costruito sulle pendici del Monte Agung. È uno dei luoghi più sacri dell’isola, e la spiritualità balinese qui si percepisce in ogni angolo: scale maestose, altari, torri e fedeli in abiti tradizionali creano un’atmosfera intensa e bellissima. E qui, miracolosamente, niente folla. È un tempio più defilato, molto più “sacro” (alcune aree di preghiera sono infatti accessibili solo ai fedeli) e apparentemente poco noto agli influencer di stocazzo.
Se non state cercando l’ennesimo backdrop “instagrammabile” (e a questo punto dell’articolo mi sento sporca solo a scriverlo) questo è decisamente il posto giusto da visitare.
📌 È enorme: prendetevi tutto il tempo necessario per girarlo con calma.






Per queste due notti abbiamo soggiornato al Sawah Indah Villa, uno dei posti più belli in cui siamo mai stati. Le camere sembrano affacciarsi direttamente sulle risaie, la quiete è totale e il ristorante è ottimo, con cucina indonesiana e qualche proposta internazionale.
E poi un dettaglio che mi ha fatto innamorare: un laghetto pieno di carpe koi talmente abituate alle persone da lasciarsi persino accarezzare. Una piccola meraviglia.




🏞️ Gili Air
Lasciata Sidemen, abbiamo lasciato anche Bali.
Questa parte, in realtà, non meriterebbe neppure un paragrafo in un articolo di viaggio, perché c’è ben poco da raccontare su quello che abbiamo fatto nei sei giorni successivi: abbiamo oziato, nuotato, bevuto drink (alcolici) in piscina o sulla spiaggia, girato in bicicletta e coccolato gatti.
Fine.
O quasi.
Qualche informazione utile, però, può servire a chi deve scegliere dove trascorrere il soggiorno mare dopo Bali.
Di solito la scelta ricade sulle tre Gili principali (“Gili” significa proprio “isola”, motivo per cui praticamente ogni scoglio dell’arcipelago di Lombok si chiama così… ma quelle famose sono tre).
La nostra scelta è caduta su Gili Air, ed è stata assolutamente perfetta:
una via di mezzo meravigliosa tra Gili Trawangan, più grande, più caotica e un po’ cafona, e Gili Meno, piccolissima e tranquillissima, ma anche un smortina.
A Gili Air vi consiglio di dormire a ovest, molto più tranquilla, dove potrete vedere tramonti pazzeschi sul mare e sul Monte Agung, che da qui è perfettamente visibile e regala scenari magnifici, e di andare a nuotare sul lato est, dove c’è meno il fenomeno delle maree e l’acqua è pazzesca.






Gli alloggi mettono quasi sempre a disposizione biciclette per gli ospiti e, per attraversare l’isola da una parte all’altra, bastano venti minuti anche considerando le pause intermedie per scattare una foto, osservare i varani che scappano furtivi pensando di non essere stati visti o fermarsi in uno dei tanti cafè o negozietti del centro abitato.
Noi abbiamo soggiornato al PinkCoco Gili Air, un piccolo resort dove tutto è rosa (e non è un modo di dire), con una piscina pazzesca e un bar incredibile.
Ci sono alcuni gatti residenti, dettaglio tutt’altro che trascurabile, e non sono ammessi bambini e adolescenti.
Praticamente il paradiso.




Andarcene è stato terrificante. Non sono sicura ma potrei pure aver pianto!
Giuro che li ricordo ancora come alcuni dei giorni più belli della mia vita. Pensate un po’.
🏞️ Gili Gede
Comunque, non abbiamo rinunciato al mare: ci siamo semplicemente spostati su un’altra isola, sconosciuta ai più, Gili Gede.
E quando dico “sconosciuta”, intendo proprio che, pur essendoci stata, ancora non so bene collocarla sulla mappa. Ed è bellissimo così.
Gili Gede fa parte delle cosiddette Secret Gilis, una manciata di isolotti a sud‑ovest di Lombok, lontani anni luce dalla confusione delle Gili “famose”.
Qui non ci sono motorini, non ci sono strade, non ci sono comitive con braccialetto all‑inclusive: solo silenzio, mare e qualche pescatore che sembra vivere in un’altra dimensione temporale.
Abbiamo soggiornato al Kokomo Resort, un piccolo paradiso dove il tempo sembra fermarsi del tutto. Ci sono pochissimissime stanze (o cottage, ognuno con la propria piscina privata), un ristorantino mica male e delle caprette che scorrazzano libere nel giardino comune.
Lì abbiamo trascorso due giorni interi a fare snorkeling con una barca privata, che ci portava da un isolotto all’altro.



Le tappe sono state:
- Gili Layar
- Gili Renggit
- Gili Asahan
- Gili Goleng
Ogni isoletta ha un suo carattere, una sua acqua, i suoi fondali, ma tutte hanno una cosa in comune: la pace assoluta.
Qui non c’è traffico di barche, non ci sono grupponi starnazzanti, e nessuno ti dà una pinna in faccia mentre cerchi di guardare un pesce.
L’acqua è talmente limpida che sembra photoshoppata e i fondali sono pieni di vita: pesci di cui non ho minimamente capito il nome (nonostante me li sia fatta ripetere milleottocento volte), stelle marine blu giganti, coralli ovunque.
A volte perfino qualche tartaruga che sbuca dal nulla, ti guarda e poi se ne va come se nulla fosse.
È il tipo di mare che ti rimette al mondo, il tipo di posto da cui non vorresti mai andartene, il tipo di luogo che speri resti così quieto per sempre.






🙋♀️ Sì, ma quindi?


Ci sono luoghi in cui non tornerei perché penso di aver esaurito le cose davvero interessanti da vedere; altri perché, semplicemente, non mi sono piaciuti abbastanza da giustificare di nuovo lo sbattimento per arrivarci o il costo da sostenere.
Bali (e le isole di Lombok), invece, mi è piaciuta così tanto da mettermi quasi paura l’idea di tornarci: ho davvero il timore di rimanerne delusa.
Sono partita con una valigiona di ansie anticipatorie che adorata psicoterapista scansati: la paura di morire di caldo (caro Vietnam, sto parlando proprio con te!), il timore di non apprezzare la dinamica del viaggio con driver e guida dopo anni di on the road in solitaria con Federico, e ovviamente la mia solita incognita intestinale, quella per cui il cagone da viaggiatore su chiunque dura un minuto e invece su di me prosegue per tutta la vacanza e oltre. Per la serie “che souvenir hai preso in vacanza?” “Un virus intestinale mortale!”.
Insomma: avevo un bel po’ di timori.
E invece è andato tutto così incredibilmente bene che ancora oggi mi sembra un sogno.
E poi… la gentilezza dei balinesi.
La bellezza dei templi hindu.
La bontà della cucina tradizionale (finalmente un posto dove il tempeh è un piatto vero e locale e sanno cucinarlo da Dio).
La meraviglia delle risaie, della giungla, dei paesaggi che sembrano finti da quanto sono perfetti.
Non so… non mi aspettavo che sarebbe stato tutto così meraviglioso. Non me lo aspettavo davvero.
Custodirò per sempre questa esperienza come una delle più perfette che abbia mai fatto.
Non so quali posti mi riserverà il futuro, ma sono certa al mille per cento che questo viaggio rimarrà ancorato tra i più belli di sempre e questa certezza, per quanto mi riguarda, non è cosa da poco.
